Il 15 settembre sono stati pubblicati i risultati dell'Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026, realizzata da Intesa Sanpaolo e dal Centro Einaudi. È stato ripreso da tanti media il dato sulla propensione al risparmio: tra il campione oggetto di analisi, il 56% riesce a risparmiare (contro il 58% dell'anno scorso) e presenta un risparmio medio pari all'11,9% delle entrate.

Il dato che colpisce maggiormente è quello sull'avversione al rischio. Nella popolazione generale, per ogni persona disposta a correre rischi finanziari, ce ne sono 33,6 contrarie. È stato riscontrato che l'avversione al rischio è più elevata tra le donne, i disoccupati e le persone con livelli di istruzione meno elevati. Ancora più preoccupante è il dato nella fascia 18-24 anni: gli avversi al rischio sono 84 per ogni favorevole. Lo studio giustifica questi numeri con il susseguirsi di eventi negativi negli anni di formazione di questa coorte (la pandemia da Covid-19, la forte inflazione e le crisi geopolitiche).

Premessa importante: ogni persona può legittimamente avere una diversa tolleranza al rischio e anche tra i giovani possono esserci delle motivazioni razionali per prediligere un'esposizione di portafoglio prudente. Tuttavia, il fatto che così tanti giovani non siano disposti a tollerare il rischio nemmeno su una piccola parte del loro portafoglio dimostra che si tratta di un problema strutturale. Su orizzonti temporali lunghi come quelli che hanno a disposizione i giovani, gli strumenti privi di rischio tendono a non proteggere i capitali dall'inflazione (il cui target definito dalla BCE per il medio/lungo termine è il 2% annuo). L'inflazione è il costo da sostenere per tenere un capitale fermo, in quanto riduce il potere d'acquisto nel corso del tempo. Qualunque investimento con un rendimento positivo ma inferiore all'inflazione genera un rendimento nominale positivo, ma un rendimento reale (al netto dell'inflazione) negativo.

A uno sguardo poco attento, il risultato di questo studio può sembrare in contrasto con la relazione annuale 2026 della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP). Nella previdenza complementare, gli under 25 hanno un'esposizione azionaria media del 47,2% e l'80,3% ha scelto un comparto di investimento bilanciato o azionario.

Come è possibile conciliare questi risultati che all'apparenza sono contrastanti?

I due studi analizzano campioni molto diversi tra di loro. L'analisi COVIP riguarda i soli aderenti alla previdenza complementare (che nella fascia 15-24 sono il 35,9% della forza lavoro). Si tratta di un sottoinsieme "virtuoso" e consapevole, che ha già mosso un primo passo di pianificazione finanziaria a lungo termine e che (almeno in parte) sceglie il comparto in modo coerente rispetto all'orizzonte temporale. L'indagine Intesa Sanpaolo - Centro Einaudi, invece, guarda all'intera popolazione giovanile la cui maggioranza non investe. 

Concludendo, i dati non sono affatto in contrasto: mostrano semplicemente due realtà che convivono. In generale, i giovani tendono ad essere avversi al rischio, anche a costo di perdere potere d'acquisto nel corso del tempo. Tuttavia, la minoranza di giovani che investe, sembra farlo in modo consapevole e decide di sfruttare i rendimenti reali che i mercati offrono nel lungo termine.

Un saluto, 
Alessandro

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